Bambini nel mondo

Questa è la prima pubblicazione di una mia immagine “Mani” nel libro “Bambini nel mondo” nell’ambito del PAIDO’S, salone del bambino 8-15 dicembre 1985, realizzato dall’UNICEF in collaborazione con Area di Ricerca Pordenone ed il circolo fotografico f/64.

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Mani

Introduzione del libro

Cos’è una fotografia?

«È un monologo che vorrebbe farsi colloquio, un’offerta, un alibi, un saluto. Ci può assalire o accarezzare, può esprimere amore od oltragg io, dar testimonianza di un credo politico, approfondire il nostro concetto della vita e della morte. Se troppo inondata di luce, ci abbaglia; se troppo nascosta nell’ombra, ci smarrisce».

Sono parole di Eva Rubinstein, celebre fotografa, ma soprattutto una donna dotata di una sensibilità umana del tutto particolare.

Affidare una sintesi della fotografia – intesa come mezzo di comunicazione e di crescita umana – alle sue parole ci è sembrato il modo migliore per introdurre la proposta culturale che il Comitato pordenonese dell’UNICEF ha voluto dedicare ai bambini del mondo.

Una mostra fotografica che, nelle intenzioni, vorrebbe proporsi come occasione di incontro e momento di riflessione sul tema dell’infanzia. Sia di quella infanzia che ci illudiamo di conoscere bene – i nostri figli -, come di quell’altra che stentiamo a riconoscere come «nostra» e che è rappresentata dalle decine di migliaia di bambini che ogni giorno soccombono o soffrono a causa di quelle ingiustizie che ci siamo quasi rassegnati a sopportare.

IL PRESIDENTE COMITATO UNICEF DI PORDENONE
Dario Bigattin

Prefazione

Il macroscopico processo di trasformazione che la società ha registrato nella seconda metà di questo secolo è stato contraddistinto da una serie di «scossoni» che, quasi in ritmica scansione, hanno agitato le strutture costituite per determinare spinte di modificazione e conseguire nuovi e più avanzati equilibri. La cultura ha sempre previsto, segnalato e preceduto questi momenti di rottura, di volta in volta proponendo modelli di comportamento, oltre che di linguaggio.

Anche al momento attuale si verificano eventi e situazioni che danno il senso di un ulteriore sussulto – prevedibile e facilmente profetizzato – che nasce dall’esigenza di nuove condizioni di vita: dopo il grande impegno per la denuncia dei più evidenti mali sociali (Neorealismo); dopo il tentativo di cambiare la società per migliorare l’uomo (società dell’estetica); si sta facendo sempre più. chiaro il bisogno di una trasformazione dell’individuo che diventi a sua volta protagonista della trasformazione della società: emerge con evidenza da tutte le recenti iniziative che, specialmente nel mondo giovanile, si stanno conducendo su grandi temi sociali, dalla pace alla difesa del territorio, dalla scuola ai diritti civili.

Stavolta, però, la cultura non sembra possedere lo scatto per esprimere immediatamente quel valore di comunicazione sociale e quella funzione di stimolo finanche provocatorio che le sono stati sempre connaturati.

Più spiccatamente, è il paesaggio della cultura visiva ad apparire ancora segnato marcatamente dalla tendenza, dilagante tra gli artisti, a guardare il proprio ombelico come centro di un universo i cui confini sono segnati dal narcisistico look individuale.

Si afferma ancora, nelle manifestazioni più clamorose, un atteggiamento· di assoluto disimpegno da ogni ipotesi di progettualità, di una disinvoltura che tocca i vertici della più indiscriminata casualità, di una retorica vuota e ridondante che fa del formalismo più becero la cifra dell’arte.

In pratica, la moda – attraverso tutta l’organizzazione e le strutture (dalla critica di comodo all’editoria servile, dal sistema mafioso delle gallerie ai trust di mercanti) trasformata in meccanismo di business – sembra diventata arbitra inconstrastata delle scelte culturali.

In questa logica dominante, una mostra «a tema» potrebbe apparire decisamente dèmodé, quanto meno risptto al sistema di potere che regola l’attività artistica e che impone mega mostre al servizio del mercato.

In realtà, diventa sempre più evidente che è l’arte «di moda» a perdere colpi, sganciata com’è dalla realtà sociale e ridottasi a mondo separato, nuova arcadia con tutti i caratteri deteriori del barocco. Parallelamente, infatti, all’arte-business dominante nel gusto e nel mercato, ha continuato ad essere ben viva ed operante un’attività estetica fondata sull’impegno dell’operatore a riflettere sulla realtà sociale come la più logica indicazione possibile per la fondazione di un umanesimo poetico-politico che le esigenze di ripiegamento dell’individuo su se stesso – giustamente segnalate negli anni recentissimi – coniugasse opportunamente con quella mai tramontata, per l’artista, di essere uomo del suo tempo.

Risponde a questa logica la scelta di collaborare con una struttura internazionale come l’Unicef (che della realtà strutturale della condizione del bambino ha fatto il suo terreno di intervento al di sopra e al di fuori di qualunque moda) nell’organizzazione di una mostra su un tema di scottante attualità, attraverso un mezzo di espressione, la fotografia, che per la sua stessa natura (quasi costituzionalmente bisognoso di riferirsi ad un «altro» da sé e dall’operatore per «comunicare» piuttosto che per «esprimere») ha segnato il percorso migliore della sua esistenza nella direzione dell’analisi sociale, della riflessione sul reale, del rapporto continuo tra artista e mondo.

Su questa stessa linea di ricerca si muovono, seppure lungo percorsi diversi, gli operatori presenti nella rassegna. L’obiettivo di fondo – ed elemento unificante, nella sostanza – è il tentativo di armonizzare la valenza sociale dell’argomento affrontato (con tutte le implicazioni che necessariamente gli sono proprie) con il senso poetico dell’individuale lirismo espressivo.

Ne deriva una nuova concezione di umanesimo, nel quale gli elementi politici dei contenuti si armonizzano, e spesso si completano, con la libertà del linguaggio, che attinge a tutte le esperienze e a tutte le linee di ricerca.

Convivono, infatti, nella mostra, alcuni «padri storici» del neorealismo fotografico (Borghesan e Jodice) con espressioni assai significative della «seconda generazione» della fotografia sociale (Califano, Ciol); accanto ad essi, e su un altro versante, sono rappresentate altre indicazioni di sperimentalità contemporanea, dall’uso poetico e libero dello strumento fotografico (Cecere, Pomodoro, Sillani) fino alla più attuale sperimentalità nel campo dei nuovi media (Ciani, Gioco, Corteggiani, Zen e gli altri che della fotocopiatrice fanno largo uso).

Si costruisce un ventaglio molto ampio di indicazioni, dalle istantanee mirate a fermare un attimo del quotidiano nella propria realtà di vita (con straordinarie testimonianze di convergenze e di parallelismi in condizione di grandi differenze geografiche e di strutture sociali); ai reportages da altri paesi (specie del terzo mondo) o da altre condizioni esistenziali (Cioce, Rizzetto, Lisson) con documenti vivissimi di una condizione dell’infanzia particolarmente difficile; alla libera composizione pittorica con e sulla creatività infantile (Russo); via via fino alle estreme conseguenze, sia nella direzione del ritratto «in posa» sia in quella del- «servizio di cronaca» (Romor).

Anche la scelta degli spazi e degli operatori corrisponde esattamente alla volontà – propria di un nuovo umanesimo sociale -di creare un rapporto intrinseco tra territorio, operatori e produzione culturale. Da
un lato, la collocazione della manifestazione nell’ambito del salone Paido’s della Fiera di Pordenone (istituzionalmente destinato alla rassegna di beni di consumo) crea una sollecitazione finanche provocatoria alla riflessione sui problemi sociali dell’infanzia, in un momento e in una sede dove l’angolo di visuale è diametralmente opposto.

Da un altro lato, questa rassegna è in stretto collegamento con l’altra che, a scadenza annuale, si realizza a Pordenone (la «Messa a fuoco» di alcune esperienze foto-cine-video in Italia, giunta nel 1985 alla 4a edizione).

Di essa, «Il bambino nel mondo» rappresenta una continuazione e una sintesi, dal momento che tutti g li operatori (tranne pochissime eccezioni) sono stati segnalati in base alla presenza in quella: ciò spiega anche la nutrita schiera di operatori del territorio, articolandosi la «Messa a fuoco» come ricognizione non solo tra le-figure notevoli della fotografia in Italia ma anche e soprattutto come proposta di giovani, eredi di una tradizione della fotografia che nel Friuli-Venezia Giulia ha antiche e validissime radici.

Il panorama che ne deriva è la testimonianza di una grande e ricca vitalità non solo della fotografia come autorevole strumento di espressione artistica (se mai vi fosse bisogno di conferme) ma anche e particolarmente di un nuovo modo di guardare alla realtà che tende, dopo un’interruzione che in qualche modo e per un certo tempo s’è registrata, a ricucire il rapporto indispensabile e fondamentale tra l’arte e la realtà sociale.

Enzo Di Grazia